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Anatocismo

Con il termine anatocismo (dal greco anà – di nuovo, e tokòs – interesse), si fa riferimento a quella prassi bancaria in virtù della quale gli interessi maturati sul saldo debitore, vengono “capitalizzati”, ossia riportati a capitale, generalmente a cadenza trimestrale.
In questo modo, gli interessi “capitalizzati” nel trimestre precedente producono, allo scadere del trimestre successivo, a loro volta interessi che vanno a capitalizzarsi sul saldo finale, e così via, in una spirale senza fine.

In pratica, è il calcolo degli interessi sugli interessi, ovvero l’applicazione dell’interesse composto, invece dell’interesse semplice.

La capitalizzazione trimestrale delle competenze comporta l’aumento del debito sul c/c accentuando il saldo negativo per il trimestre successivo.

Così facendo il costo reale del denaro preso a prestito dalla banca, risulta molto più alto di quello che si crede di aver concordato.

Le spese e gli interessi passivi maturati in un trimestre, infatti, vengono propriamente considerati come nuovo capitale a debito del cliente.
L’ effetto di tale procedura è quello di trasformare le competenze maturate nel periodo in nuovo capitale a debito.

Tale prassi è sta dichiarata illegittima da una serie di sentenze della Corte di Cassazione, che dal 1999 ad oggi si è sempre confermata.

Storia dell’anatocismo bancario

Il divieto dell’anatocismo (bancario e non) è sempre esistito nel nostro ordinamento giuridico, in virtù dell’art. 1283 del Codice Civile.

Tuttavia le Banche hanno sempre applicato la sopraesposta metodologia di calcolo, per molti anni ampiamente avallato dalla giurisprudenza.

Negli anni ’90, tuttavia, emerge l’esigenza di maggior chiarezza nei rapporti con gli istituti di credito. Nel 1992 viene approvata la legge sulla trasparenza bancaria (L. 154/92), nel 1993 il Testo Unico Bancario (D. Lgs. 385/93) e nel 1999 la Suprema Corte affermava la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale, riconoscendo l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare all’art. 1283 c.c.

Nel tentativo di effettuare un intervento risolutivo della materia, il legislatore emanava il D.Lgs. 342/99, con cui da un lato si introduceva il principio della eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi, e dall’altro si stabiliva una sorta di “sanatoria” per il pregresso.

In sostanza, la volontà legislativa prevedeva che non fosse illegittimo il comportamento delle Banche qualora queste provvedessero a liquidare periodicamente non solo gli interessi maturati a loro favore, ma anche quelli a credito del correntista.

Così, con delibera del Cicr (Comitato Interministeriale per il Credito e Risparmio), emanata il 9 febbraio 2000, veniva definitivamente fissato il momento di decorrenza dell’obbligo, a carico delle Banche, di riconoscere ai correntisti pari periodicità nella liquidazione degli interessi (data di grandissima rilevanza ai fini del ricalcolo degli interessi anatocistici).

Per quanto riguarda la “sanatoria” per il pregresso, invece, questa veniva travolta dalla Corte costituzionale che, con sentenza 425/2000, ne dichiarava l’illegittimità.

La questione veniva così risolta per i soli contratti di conto corrente posteriori al 2000.

Per il periodo precedente, invece, la Suprema Corte, con l’ulteriore pronuncia a Sezioni Unite 21095/2004, ha sancito in modo ancor più netto il revirement del 1999, consolidando il nuovo “trend giurisprudenziale e normativo”.

Con la sentenza della Corte di Cassazione n. 24418 del 2010, infine, viene definitivamente sancito il problema del momento dal quale calcolare la prescrizione. Detta sentenza dispone, infatti, che solo dal momento in cui il c/c viene chiuso, decorrono i 10 anni che prescrivono il diritto alla ripetizione dell’indebito.

Nonostante il governo, con l’emanazione del D.L. n. 225/2010, tentava di limitare la capacità operativa di quest’ultima sentenza citata, la Corte Costituzionale, intervenendo a dichiararne l’illegittimità con la sentenza n. 78/2012, poneva l’ultimo sigillo sull’argomento.