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Commissioni massimo scoperto

Secondo la definizione data dalla Suprema Corte di Cassazione, nella Sentenza n. 870/2006, la commissione di massimo scoperto è la “remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma“.

Secondo la definizione del sito della Banca d’Italia, invece, la commissione di massimo scoperto è “il corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare l’utilizzo oltre il fido accordato sul conto corrente“.

In entrambi i casi, innanzitutto, appare evidente che il costo in questione dovrebbe applicarsi sull’eccedenza di utilizzo rispetto ai fidi concessi, ovvero sulla parte di fido non utilizzata e che la banca è tenuta a tenere a disposizione del correntista, e non tout court sulla punta trimestrale massima di scoperto.

La CMS, dunque, così come calcolata dalla banca (sulla punta di massimo utilizzo anziché sul residuo fido non utilizzato) risulta già evidente che debba essere stornata.

Il problema è innanzitutto di chiarezza, in quanto le clausole bancarie standard non forniscono informazioni in merito alla sua applicazione e non esplicano il meccanismo operativo di calcolo della commissione stessa, nascondendo integralmente la causa giustificatrice della commissione di massimo scoperto.

L’applicazione della Commissione per la Massima Scopertura, infatti, non ha alcuna ragione d’essere perché al cliente vengono già addebitati gli interessi quale corrispettivo della prestazione costituita dal finanziamento.

Il costo della commissione, inoltre, viene in molti casi operato sulla base di tassi d’interesse usurai, come hanno accertato alcune recenti sentenze.

Quella per l’abolizione della commissione sul massimo scoperto, infatti, è una vecchia battaglia delle associazioni dei consumatori. Oggi, tuttavia, la Corte di Cassazione si è dovuta più volte esprimere sulla questione, dopo che diversi istituti di credito sono finiti sotto inchiesta per il reato di usura. Della faccenda, infatti, si sono occupati, e si stanno occupando, diversi tribunali.

La procura di Savona è stata tra le prime ad impugnare la prassi del massimo scoperto rilevando la violazione della legge 108/96 (quella che condanna l’usura) se la commissione, aggiunta al normale interesse, comporta un onere superiore a quello previsto per il reato di usura.

Il Tribunale di Palmi ha sostenuto che “la metodica impiegata per ottenere la massima remunerazione … (si realizzava) applicando in maniera abnorme la commissione di massimo scoperto, la quale non è altro che un mero aumento del costo del denaro, svincolato da qualsiasi prestazione in concreto fornita dal mutuante e, quindi, da considerarsi semplice “strumento” per ottenere un aumento del tasso effettivo applicato“.

Le banche si difendono invocando il testo della circolare della Banca d’Italia del 30/09/1996 secondo la quale la commissione non rientra nel calcolo del Tasso effettivo globale. Ma una circolare della Banca d’Italia non può vanificare una norma penale, e le responsabilità del sistema bancario sono evidenti.